Hanno ammazzato compare Turiddu

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testo, regia e interpretazione Pietro Minniti, liberamente ispirato alla novella “Cavalleria rusticana” di Giovanni Verga, musiche tratte dall’opera lirica “Cavalleria rusticana” di Pietro Mascagni, sound editor Alberto Dati, consulente per il dialetto Giovanni Guarino, luci Vito Marra, costumi Santina Pesarini, burattini Elena Bello

Sulle sponde del Mar Piccolo, nelle immediate vicinanze della città di Taranto, un oste è seduto su una sedia di paglia. Da tempo immemorabile aspetta che un viaggiatore solitario varchi la soglia della sua locanda, per offirgli il pane caldo e il vino rosso sulla tavola apparecchiata. Nell’attesa, scrutando i campi e il mare, ricorda l’antica e triste storia di Turiddu Macca il bersagliere, che tornato dal servizio militare, trovò la bella Lola, la donna che amava, promessa in sposa a compare Alfio il carrettiere. E mentre le figure scarne riaffiorano alla memoria, egli raccoglie i simboli di quella eterna passione, che rivive fino al tragico epilogo, fino alla vigilia di una Pasqua troppo umana per essere “di resurrezione”.

L’ambiente che Giovanni Verga descrisse nella novella Cavalleria rusticana è, per estensione resa possibile da una comunanza storica e culturale, localizzabile in un “Sud” che varca lo “Stretto” fra Scilla e Cariddi e invade e comprende in sé tutta l’Italia che fu borbonica. Con i dovuti e accurati adeguamenti, quindi, non più la Sicilia, ma la Puglia offre lo scenario alla vicenda: il borgo antico di Taranto, con le sue caratteristiche isolane, ben si presta a rappresentare una comunità pettegola, chiusa nei suoi rituali collettivi e nelle convenzioni sclerotizzate e inumane, ormai sorda, se non proprio ostile al cambiamento in quanto fiaccata e spaventata da un’oppressione millenaria, vessata dalla vanga e dalla croce, ormai tristemente affamata e deprivata della speranza dall’abitudine stessa alla privazione: eppure in perpetua attesa di un qualche “miracolo”. Che però è già nel cuore, se lo si sa ascoltare. I personaggi rimangono popolani, ma ora parlano la lingua della città jonica, parlano il dialetto e vivono gli usi e la cultura di una Taranto immersa nella celebrazione della Settimana Santa, con le sue processioni, comuni tanto al sud Italia quanto alla Spagna che lo dominò, a costituire l’affollato contesto di una vicenda di drammatico isolamento.