La strada delle tartarughe

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testo e regia Maria Maglietta, con Elena Giove, Paolo Gubello, Daniele Lasorsa, Sandra Novellino, Annabella Tedone, Luigi Tagliente, assistente alla regia Barbara Roganti, scene Mario D’Amico, luci Vito Marra, produzione Teatri Abitati

Lo spettacolo racconta di Michele e di altri tre giovani, Vito, un amico d’infanzia, Sara, la ragazza di cui Michele è innamorato, e Luli, un giovane albanese conosciuto per una rissa in discoteca. Quattro esistenze, quattro inquietudini, il bisogno di sfidare il mondo e attraversare, rischiando tutto, la maledetta soglia della giovinezza. L’amicizia, i progetti, l’amore, le delusioni sembrano essere intrappolati nello scorrere di un tempo quotidiano, affollato di modelli che troppo in fretta perdono la loro maschera seduttiva, e disegnano un orizzonte stretto, a volte vuoto, dai contorni sfuggenti. Fosca, donna dal passato misterioso, gestisce un’officina di riparazione motorini con annesso un piccolo bar.
Il bar di Fosca diventa luogo di ritrovo, un posto dove incontrarsi, parlare, dove scoprirsi diversi, dove sognare la possibilità di tracciare strade oltre la linea dell’orizzonte. Ma le strade sono confuse, si sovrappongono, sbandano fino a portare i giovani viandanti verso un vicolo cieco, dove ci si gioca in un sol colpo tutta la partita del cambiamento e dell’esistenza. La strada sembra correre verso un precipizio e starà a ciascuno di loro trovare un modo per saltare il baratro e salvarsi o definitivamente perdersi.

Se è vero che i giovani sono la parte pulsante e viva di una società, quella parte che disegnerà il prossimo futuro, dovremmo guardare a loro e alle notizie di manifesto disagio che li riguardano con più partecipe e inquieta apprensione, interrogandoci profondamente, sui perché di quei comportamenti, soprattutto cercando di comprenderli e non solo di giudicarli. I loro smarrimenti sono forse segno della nostra stessa perdita di senso e della nostra incapacità a pensare un futuro sotto il segno della speranza, sono immagine riflessa del nostro stesso vivere. Un vivere che ci trascina in una corsa come fossimo anche noi merce sul tapis roulant della cassa di un supermercato pronti a mostrare il nostro codice a barre per tuffarci poi nell’indistinto caotico mucchio di merce nel sacco della spesa.
Occorre anche non lasciarsi intrappolare dall’eccesso di allarmismo che fa gioco ai media, per vendere più notizie, e saper guardare davvero dentro quel mondo, nei suoi conflitti, ma anche nei suoi slanci, nelle sue tensioni positive. Il disagio da sempre è una costante del mondo giovanile, nasce dall’urgenza dei cambiamenti che avvengono nei corpi e nelle anime, fa parte del suo dna. Le “gioventù bruciate” sono sempre esistite, e a volte l’impeto giovanile ha spinto ad un mutamento radicale della società.
Se oggi l’estremismo di certi comportamenti sembra porre in discussione valori etici di fondo, come la vita, la dignità, il rispetto dell’altro, la convivenza, allora bisognerebbe chiedersi quando l’intera società ha cominciato a perdere terreno su questi temi e perché. Indagare il disagio giovanile è dunque sempre un doloroso e non scontato indagarsi e farsi domande. Vorrei con questo spettacolo mettere un piede leggero nel territorio incerto di questo mondo giovanile e permettere alle storie, ai conflitti, alle incertezze, agli smarrimenti, ma anche ai sogni, alle speranze, di emergere, di raccontarsi. Vorrei col mio teatro essere in mezzo al caos e non guardarlo da fuori.
[Maria Maglietta]

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