Tempi comici

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testo e regia Gaetano Colella, con Gaetano Colella e Raffaele Zanframundo, scene Mario D’Amico, costumi Cristina Bari, collaborazione artistica Giovanni Calò, video Gianni Giacovelli, disegni Venere Rotelli, musica pianoforte Giampietro Frulli, assistente alla regia Luigi Tagliente, assistente di produzione Sandra Novellino, disegno luci Vito Marra, foto di scena Lorenzo Palazzo, in convenzione con Regione Puglia

Ray, Charlie, Richy, Carlo, attori poveri e disperati, sono l’emblema di ciò che da sempre custodisce il segreto dell’arte comica. Non sono più in grado di far ridere. Il loro pubblico diminuisce di sera in sera e non sanno spiegarsi come mai. Scoraggiati, se la prendono con tutti, col cinema, con la televisione, con i telefilm, con gli attori imbranati, con la critica, con la capienza dei posti del teatro, con le poltrone che forse sono scomode, con quelli che dicono che al teatro ci andranno ma poi non ci vanno mai… La loro infelicità è universale, il loro disadattamento è senza tempo. E poco importa che l’epoca sia quella della grande depressione o quella dei ruggenti anni ’70, perché una caduta su una buccia di banana è sempre comica, ora come cento, mille anni fa. In America come in Italia, a Roma come a Mola di Bari. Non c’è comicità, se non c’è il tragico. Dove c’è la disperazione, c’è il buffo. Come hanno insegnato i grandi Chaplin, Keaton, Fatty Arbuckle. Solo dal dramma e dalla miseria può nascere la comicità. Tuttavia esiste una sostanziale differenza tra saper far ridere ed essere comici. Cosa c’è di più comico di due comici che presumono di non essere più comici?