Chiaroscuro nel Cappellone di san Cataldo

Marmi, pietre, affreschi, sculture piene di storia, di storie. Nel decennale del restauro del Cappellone, sabato 4 maggio, alle ore 20 alla cattedrale di san Cataldo, nell’antica Isola tarantina, va in scena la narrazione teatrale “Chiaroscuro” di e con Giovanni Guarino, accompagnato dal violino di Mario Filippo Calvelli, produzione Crest. L’evento è a cura della Curia Arcivescovile di Taranto e del Comitato festeggiamenti san Cataldo. Ingresso libero.
Di Gennaro, valido marmoraro del suo tempo, che da Pizzofalcone, vicino Napoli, fu assoldato dal Capitolo Metropolitano per ultimare la grandiosa opera di intarsi marmorei nel Cappellone, si narra la vicenda umanissima di un cuore intriso d’amore per Concettina e Palmina, le sue donne, e per le statue e i decori della cattedrale di san Cataldo, passioni che lo incoraggiano nel suo massacrante lavoro, pur segnandolo nella salute e mettendo a dura prova le sue forze e la sua tenacia.
Entrando nella cappella, sorge spontanea la domanda: come hanno fatto? Madreperla, lapislazzuli, cristallo di rocca, diaspro, marmi africani e siciliani, onice, giallo di Siena, rosso di Verona, nero del Belgio, cipollino verde, tutto scintilla come in uno scrigno. E ci si sta dentro, con gli uccelli, i fiori, gli angeli. E il cielo affrescato lassù, con San Cataldo inginocchiato davanti alla Madonna che lo invita ad accostarsi al trono di Dio, e la Santissima Trinità attorniata dagli angeli. Non ci sono fotografie o descrizioni che tengano, entrare nel Cappellone significa viaggiare nel tempo. Ci sono voluti più di cento anni per completare questo capolavoro.
Marmi, pietre, affreschi, sculture piene di storia, di storie. La storia degli uomini famosi che hanno reso possibile questa meraviglia, le storie degli artigiani che hanno impegnato anni e anni della loro vita per scegliere, tagliare, incastonare cristalli, marmi, pietre dure. Molti dei materiali utilizzati sono stati ricavati dalle rovine degli edifici classici sparse nel sottosuolo. Rovine che sono tornate a vivere, metafora di un’esistenza che non finisce e che si ricompone sotto altre forme, riacquistando significato e senso.

Giovanni Guarino
Attore e operatore culturale, socio e vicepresidente della cooperativa Crest, è il responsabile del settore progettazione e animazione del territorio, con particolare attenzione alle utenze cosiddette deboli (infanzia, minori a rischio, anziani, detenuti, migranti). Dal 1985 avvia una formazione sulla narrazione teatrale che si nutre nel tempo della complicità e dell’incontro con maestri quali Marco Baliani, Mimmo Cuticchio, Roberto Anglisani, maturando negli anni come narratore una ricerca originale intorno alla cultura e alle tradizioni di Taranto. Le sue storie si stagliano come quadri d’autore sull’affresco della Storia. Non racconta della Città, ma, di più, ne è la voce. Così, Taranto parla e si rivela attraverso di lui. Dal 2012 cura il laboratorio urbano del Crest, denominato “I neri per strada”, che vuole essere un luogo di partecipazione attiva, con regole di comportamento e di gestione, di sviluppo della fantasia, in grado di contaminare costruttivamente le giovani generazioni verso nuovi possibili modelli di vita consapevole e sostenibile.

crediti fotografici © Cinzia Sartini