Periferie 2018_19

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la stagione 2018_19 al TaTÀ
rassegna di teatro

un progetto del Crest

 
 
 
 

sabato 3 novembre 2018, ore 21
Teatro Metastasio di Prato
UN QUADERNO PER L’INVERNO

uno spettacolo di Massimiliano Civica su testo di Armando Pirozzi | con Alberto Astorri e Luca Zacchini | costumi Daniela Salernitano | scene Luca Baldini | luci Roberto Innocenti | con il sostegno di Armunia Centro di Residenze Artistiche Castiglioncello | premio Ubu 2017 a Massimiliano Civica per la regia e premio Ubu 2017 ad Armando Pirozzi per il miglior nuovo testo italiano o scrittura drammaturgica | durata 50 min

Cosa accomuna ognuno di noi a Dante, a Michelangelo, a Ramsete II, a Giulio Cesare o a Emily Dickinson? Che anche noi, come loro prima di noi, soffriamo e gioiamo per amore, abbiamo paura di morire, piangiamo per la scomparsa dei nostri cari, ci preoccupiamo per i nostri figli, patiamo delle ingiustizie che subiamo, soffriamo per i mali del corpo e per quelli dell’anima. L’amore, la morte, la lotta per la sopravvivenza, e i sentimenti ad essi legati, rappresentano la persistenza dell’umano: sono ciò che ci rende uguali, che ci permette di capirci e soprattutto di provare compassione per gli altri.

“Un quaderno per l’inverno, testo per due attori in tre scene, racconta la storia di un introverso professore di letteratura che, rientrando in casa, vi trova un ladro, armato di coltello, che vuole da lui qualcosa di molto insolito: è una questione di vita o di morte. Durante la notte che segue i due personaggi, in bilico tra speranza e disperazione, si confrontano su idee, sentimenti, interrogativi dolorosi, in un dialogo per entrambi nuovo e inaspettato. Il tema centrale del testo è la scrittura e la sua possibilità di incidere direttamente sulla realtà: la forza miracolosa della poesia, non come semplice esercizio di tecnica letteraria, ma per la dirompente carica vitale che suscita, nonostante tutto, nelle persone”. [Armando Pirozzi]

“Nel Teatro all’Antica Italiana, di uno spettacolo che era stato un successo si diceva che aveva “incontrato” il pubblico. La parola “incontro” stava dunque per “successo”. È stato un incontro, è stato un bell’incontro: è tutto quello che si può e si deve pretendere dal Teatro. Con “Un quaderno per l’inverno” non vogliamo dire qualcosa agli spettatori, ma condividere qualcosa con loro. Qualcosa che sentiamo che ci riguarda, come persone ed esseri umani. Alla fine delle repliche saremo sereni se, in piena onestà, potremo dire: è stato un incontro”. [Massimiliano Civica]

dopo lo spettacolo, incontro con la Compagnia

 
Massimiliano Civica
Dopo aver conseguito la laurea in Metodologia della critica dello spettacolo all’Università La Sapienza di Roma, studia con Eugenio Barba all’Odin Teatret e successivamente entra a far parte del corso di regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Nel 2007 vince il premio Lo Straniero e il premio Hystrio per la sua attività teatrale. Nello stesso anno diventa direttore artistico del Teatro della Tosse di Genova, dando vita al progetto triennale “Facciamo insieme teatro”, che ottiene il premio ETI Nuove Creatività. Nel 2008 con “Il mercante di Venezia” vince il premio Ubu per la miglior regia, l’anno dopo ottiene il premio Vittorio Mezzogiorno. Oltre a tenere laboratori di recitazione per le più importanti scuole teatrali italiane, è docente universitario a La Sapienza di Roma e all’Accademia di Belle Arti di Genova. Nel 2015 per “Alcesti” di Euripide e nel 2017 per “Un quaderno per l’inverno” scritto da Armando Pirozzi vince i premi Ubu per la miglior regia.
 

 


 

sabato 24 novembre, ore 21
Fanny & Alexander / Ateliersi
DA PARTE LORO NESSUNA DOMANDA IMBARAZZANTE

progetto ispirato a “L’amica geniale” | liberamente tratto dalla quadrilogia di Elena Ferrante (Edizione E/O) | con Chiara Lagani e Fiorenza Menni | ideazione Luigi De Angelis, Chiara Lagani, Fiorenza Menni | drammaturgia Chiara Lagani | regia e progetto sonoro Luigi De Angelis | cura del suono Vincenzo Scorza | costumi Midinette | durata 60 min

 

Il progetto si propone come un affondo attraverso la tetralogia di Elena Ferrante dedicata alla storia dell’amicizia tra due donne, Elena Greco detta Lenù e Raffaella Cerullo detta Lila, seguendo passo a passo la loro crescita individuale (dall’infanzia alla vecchiaia), il modo di influenzarsi reciprocamente, i sentimenti, le condizioni di distanza e prossimità che nutrono nei decenni il loro rapporto. Sullo sfondo la coralità di una città/mondo dilaniata dalle contraddizioni del passato, del presente e di un futuro i cui confini feroci faticano ancora a delinearsi con nettezza.

1. “L’amica geniale”, una lettura
Nel primo dei quattro romanzi del ciclo “L’amica geniale” di Elena Ferrante, due bambine gettano per reciproca sfida le loro bambole nelle profondità di uno scantinato nero. Quando vanno a cercarle, le bambole non ci sono più. Le due bambine, convinte che Don Achille, l’orco della loro infanzia, le abbia rubate, un giorno trovano il coraggio di andare a reclamarle. Le due attrici, in questa lettura, si fanno fisicamente attraversare dal testo di Elena Ferrante, la storia è “detta” dai loro corpi e lascerà su di loro un’impronta indelebile.

2. Storia di due bambole, fotoromanzo animato
Qui ci sono solo due bambole. Sono forse le due bambole perdute? Nello spazio scuro e altamente simbolico in cui sono state abbandonate, le due figure si muovono e raccontano, quasi senza parole, la loro storia. Che eventi si consumano nel recesso misterioso e non scritto (della storia, del romanzo) che le ha prima accolte e poi fatte scomparire? Quelle bambole non hanno voce per rispondere a questa domanda, ma nemmeno per farne di nuove.

Testi della prima parte da “L’amica geniale” di Elena Ferrante; testi della seconda parte di Chiara Lagani (liberamente ispirati a Lyman Frank Baum, Toti Scialoja, Wislawa Szymborska).

dopo lo spettacolo, incontro con la Compagnia

 
Chiara Lagani
Attrice e drammaturga, fonda assieme a Luigi De Angelis nel 1992 la compagnia teatrale Fanny & Alexander. Nell’elaborazione drammaturgica dei lavori del gruppo collabora con intellettuali come Stefano Bartezzaghi, Marco Belpoliti, Luca Scarlini. Con De Angelis realizza una settantina di eventi tra spettacoli, performance e recital, tra cui “Ponti in core” (1996), “Requiem” (2001), “Alice vietato > 18 anni” (2003), il ciclo “Ada. Cronaca familiare” (2003-2005), il ciclo dedicato “Mago di Oz” (2007–2009), il ciclo dei “Discorsi” (2012–2016). Nel 2015 Fanny & Alexander è chiamata a curare allestimento scenico, regia e costumi per il “Flauto Magico” di Mozart, in una produzione del Teatro Comunale di Bologna. Tra gli ultimi lavori si segnala la drammaturgia dello spettacolo “To be or not to be Roger Bernat” (2016) e “Da parte loro nessuna domanda imbarazzante” (2017), in cui è anche attrice coprotagonista. Nel settembre 2017 riceve il premio speciale per l’Innovazione Drammaturgica, istituito nell’ambito del Premio Riccione. A novembre dello stesso anno, con un’importante operazione editoriale, Einaudi pubblica nei Millenni in un unico volume tutti “I libri di Oz”, curati e tradotti da Chiara Lagani.
 
Fiorenza Menni
Attrice e autrice di teatro, è presidente e direttrice artistica dell’associazione culturale Ateliersi. La sua scrittura è volta alla creazione di una drammaturgia originale e di testi di riflessione estetica e filosofica. Si occupa della formazione dell’attore proponendo percorsi di lavoro che tendono ad allenare la precisione contestuale e sentimentale dell’interpretazione utilizzando i materiali del suo stesso percorso e ricerca. Fonda Teatrino Clandestino e collabora in qualità d’attrice, tra gli altri con Teatro delle Albe e Fanny & Alexander. Attualmente collabora con artisti e performer provenienti da diverse discipline artistiche e scientifiche e come formatrice con Jean Michel Bruyère (Sup de Sub. Formations à Être pour la liberté). Nel 2007 ottiene il premio Eleonora Duse – menzione d’onore miglior attrice emergente.
 

 


 
sabato 15 dicembre, ore 21
ricci/forte
EASY TO REMEMBER

drammaturgia ricci/forte | regia Stefano Ricci | con Anna Gualdo e Liliana Laera | movimenti Piersten Leirom | assistente regia Ramona Genna | direzione tecnica Danilo Quattrociocchi | suono Andrea Cera | voce registrata Anna Terio | ricerca iconografica Stéphane Pisani | durata 60 min

 

Punto di partenza e accesa ispirazione di questo lavoro sul femminile è la lirica pura di una delle più grandi poetesse russe, Marina Cvetaeva, figura che ben si incastona nell’universo visionario di ricci/forte. In questa creazione del duo drammaturgico più incandescente della scena europea il corpo e la parola aprono un varco poetico sulla libertà individuale e le catene collettive proprie della società dei consumi.

“Prendi una donna fuori dell’ordinario, Marina, abbracciata esclusivamente dal cielo, che cresce isolata afferrandosi alla memoria, come un fatale testamento in bottiglia da affidare alla Storia. Prendi una dama in bianco, pifferaio magico che infiamma e orchestra le sue giornate. Prendi un vecchio immobile. Prendi un piano qualunque di questo immobile. Prendi una stanza del piano. Indicata dal Caso. Alveolo. Cella candida per sussurrare un’asimmetria che fonde insieme scarti esistenziali. Prendi i suoni. Prendi i racconti bisbigliati. Tetris animistici. Vite meno reali della tv satellitare a circuito chiuso. Chiavi per entrare nei vasi comunicanti di un organismo che pulsa di ricordi disordinati. Pulsa simultaneamente. Mantice-mastice, che imbriglia e incastona una polifonia semiotica che graffia la gola.
Una stanza. Loculo. Con il suo peso specifico. Inondata di luce. Foderata da lampi radiografici. Scartavetrata dal suono. Agita da presenze, bambole russe che si celano sotto copriletto intonsi, tra le intersezioni delle maioliche. Rammendare le reti della propria fantasia, quando tutto sembra sciogliersi in un benessere fittizio. Voci femminili sepolte, sovrapposte, infrante, in questo istituto di “apparente” sanità, che sgretolano le ore della propria esistenza, feroci come le graminacee che attecchiscono sul cemento. Singulti. Alterazioni che rimbalzano sottopelle e si unificano sciogliendo i tramezzi di frontiera. Respirando l’aria mossa degli altri respiri. Trasformando l’apnea in un valore aggiunto.
La follia è davvero una malattia o una manifestazione divina, un’espressione di libertà? E come e in nome di chi vengono tracciati gli steccati di quella discutibile libertà?
Un caleidoscopio di porte, unito da un corridoio emotivo, che impianta links tra una toppa e l’altra verso una dimensione onirica, vivida, iperreale, implacabile: il nostro domani”. [ricci/forte]

dopo lo spettacolo, incontro con la Compagnia

 
ricci/forte
Ensemble diretto da Gianni Forte e Stefano Ricci, uno dei maggiori fenomeni del teatro contemporaneo italiano. Anche all’estero: ad esempio in Spagna, Belgio, Francia dove sono di casa, a Mosca dove li hanno voluti per il loro “100% Furioso” da Ludovico Ariosto o alla prestigiosa École des Maîtres fondata da Franco Quadri, che li ha scelti “maestri” della sessione 2014. Amatissimi e odiatissimi, accusati di essere violenti, eccessivi, scioccanti, trash, etichettati come il teatro degli attori coi tacchi o teatro omosessuale, i loro lavori si caratterizzano per un forte impatto visivo e un linguaggio visionario che non si fa scrupolo di saltare dal teatro al reality, dalla performance alla canzonetta. Un mondo con cui ricci/forte vogliono dare voce alle esistenze di un’intera generazione, con i suoi sogni non realizzati, i continui compromessi e le ferite che ne risultano. E, sotto al nichilismo e alla disperazione, una bruciante voglia di vita.
 

 


 
sabato 12 gennaio, ore 21
ATIR Teatro Ringhiera
MAESTRO! Memorie di un guitto

di e con Stefano de Luca | assistente alla regia Linda Riccardi | luci Claudio De Pace |in collaborazione con Piccolo Teatro di Milano | durata 80 min

 
 
 In un racconto sfacciatamente autobiografico, che passa dall’aneddoto alla citazione, dal ricordo alla riflessione, l’attore e regista Stefano de Luca ci trasporta nel cuore di una preziosa e irripetibile esperienza teatrale ed umana: l’incontro con il grande maestro del teatro, Giorgio Strehler.
Lo spettacolo racconta – tra coincidenze, innamoramenti e segni premonitori – la storia di un giovane attore giunto a Milano sul finire degli anni ’80, alla scuola del famoso regista europeo, del suo indimenticabile incontro con il grande Maestro e di alcune grandi lezioni di teatro e di vita da lui apprese nei modi più curiosi e imprevedibili.
Lo spettacolo, a vent’anni di distanza dalla scomparsa di Giorgio Strehler, è un omaggio, un dichiarato atto d’amore, ma è anche una riflessione sulla trasmissione dei saperi, sulla necessità della relazione umana, sull’insegnamento come arte nobilissima e fondamentale.

dopo lo spettacolo, incontro con la Compagnia

 
Stefano de Luca
Tarantino, muove i primi passi nel teatro professionale con il Crest nel 1985 sotto la guida di Marco Baliani, Giovanni Calò, Francesco Zigrino, Carlo e Iva Formigoni, lavorando per due anni come attore nel teatro ragazzi. Nel 1987 è ammesso al primo corso, intitolato a “Jacques Copeau”, della Scuola di Teatro del Piccolo Teatro di Milano diretta di Giorgio Strehler, dove si diploma nel 1990. Approfondisce la sua formazione alla scuola del Teatro Maly di San Pietroburgo, sotto la guida di Lev Dodin, e in altri teatri europei, tra cui la Royal Shakespeare Company, ai corsi di Cicely Berry. Lavora come assistente alla regia di Giorgio Strehler dal 1995 al 1998. È l’unico regista italiano ad aver diretto gli attori del prestigioso Teatro Maly di Mosca in ben tre produzioni. Ha insegnato e tenuto workshop per attori e registi nelle più prestigiose istituzioni internazionali. Dal 2004 ad oggi è curatore, assieme a Ferruccio Soleri, della messa in scena dell’”Arlecchino servitore di due padroni”, regia di Giorgio Strehler, in tournée mondiale. Dal 2008 dirige la compagnia teatrale LupusAgnus, con la quale mette in scena testi contemporanei tratti da drammaturgie originali. Nella lirica ha messo in scena “Don Giovanni” di Mozart e “Otello” di Verdi, entrambe produzioni AsLiCo (Associazione Lirica e Concertistica Italiana).
 

 


 

sabato 26 gennaio, ore 21
Teatri di Bari
ANFITRIONE

drammaturgia e regia Teresa Ludovico | con Michele Cipriani, Irene Grasso, Demi Licata, Alessandro Lussiana, Michele Schiano di Cola, Giovanni Serratore | musiche dal vivo Michele Jamil Marzella | spazio scenico e luci Vincent Longuemare | coreografia Elisabetta Di Terlizzi | costumi Teresa Ludovico e Cristina Bari | assistente alla drammaturgia Loreta Guario | collaborazione letteraria Lucia Pasetti | durata 90 min

Sei attori e un musicista per creare una coralità multiforme e tragica che però agisce come un contrappunto grottesco e farsesco in uno spazio che disegna doppi mondi: divino e umano. Un andirivieni continuo tra un sopra e un sotto, tra luci e ombre. Realtà e finzione, verità e illusione, l’uno e il doppio, la moltiplicazione del sé, l’altro da sé e il riflesso di sé, si alterneranno in un continuo gioco di rimandi, attraverso la plasticità dei corpi degli attori, le sequenze di movimento, i dialoghi serrati e comici.

Chi sono io se non sono io? Quando guardo il mio uguale a me, vedo il mio aspetto, tale e quale, non c’è nulla di più simile a me! Io sono quello che sono sempre stato? Dov’è che sono morto? Dove l’ho perduta la mia persona? Il mio me può essere che io l’abbia lasciato? Che io mi sia dimenticato? Chi è più disgraziato di me? Nessuno mi riconosce più, e tutti mi sbeffeggiano a piacere. Non so più chi sono!
Queste sono alcune delle domande che tormentano sia i protagonisti dell’Anfitrione, scritto da Plauto più di 2000 anni fa, che molti di noi oggi. Il doppio, la costruzione di un’identità fittizia, il furto dell’identità, la perdita dell’identità garantita da un ruolo sociale, sono i temi che Plauto ci consegna in una forma nuova, da lui definita tragicommedia, perché gli accadimenti riguardano dei, padroni e schiavi. In essa il sommo Giove, dopo essersi trasformato nelle più svariate forme animali, vegetali, naturali, decide, per la prima volta, di camuffarsi da uomo. Assume le sembianze di Anfitrione, lontano da casa, per potersi accoppiare con sua moglie, la bella Alcmena, e generare con lei il semidio Ercole. Giove-Anfitrione durante la notte d’amore, lunga come tre notti, racconta ad Alcmena, come se li avesse vissuti personalmente, episodi del viaggio di Anfitrione. Durante il racconto il dio provò, per la prima volta, un’ilarità che poi si premurò di lasciare in dono agli uomini.
Da quel momento nelle rappresentazioni teatrali il comico e il tremendo avrebbero convissuto e avrebbero specchiato le nostre vite mortali ed imperfette. Dopo Plauto in tanti hanno riscritto l’Anfitrione e ciascuno l’ha fatto cercando di ascoltare gli stimoli e le inquietudini del proprio tempo. Ho provato a farlo anch’io”. [Teresa Ludovico]

dopo lo spettacolo, incontro con la Compagnia

 
Teresa Ludovico
Regista, autrice e attrice, dopo la laurea, compie un lungo percorso artistico sotto la guida di diversi maestri, in Italia e all’estero. Collabora con i Cantieri Teatrali Koreja di Lecce in qualità di attrice. È assistente alla regia di Marco Martinelli e attrice in alcuni suoi spettacoli. Nel 1995 si avvicina al teatro musicale con “Medea”, opera senza canto del compositore Giovanni Tamborrino. Nel 1993 entra a far parte del Teatro Kismet OperA di Bari: dal 1998 è regista stabile (“Bella e Bestia”, premio Eti Stregagatto 2002). Realizza due produzioni per il Repertory Theatre di Birmingham (“I Was a Rat!” e “The Big Firendly Giant”) e collabora con il Setagaya Public Theatre di Tokyo (“Yuki no Joou” e “Ningyohime”) e lo Za Koenji Public Theatre di Tokyo (“Tabi to Aitsu to Ohimesama”, premio Jido Fukushi Bunka Sho 2012 come migliore opera per le nuove generazioni, e “Pinocchio”). Riceve il premio Talento Donna – Puglia 2013 dall’assessorato regionale delle pari opportunità. Dal 2011 al 2016 cura la direzione artistica del Teatro Kismet OperA, ora Teatri di Bari. Attualmente è direttrice artistica del festival Maggio all’Infanzia.
 

 


 
sabato 9 febbraio, ore 21
Scena Verticale
MASCULU E FÌAMMINA

di e con Saverio La Ruina | musiche originali Gianfranco De Franco | collaborazione alla regia Cecilia Foti | scene Cristina Ipsaro e Riccardo De Leo | disegno luci Dario De Luca e Mario Giordano | durata 85 min

 
 

L’idea di base è che un uomo semplice parli con la madre. Una madre che non c’è più. Lui la va a trovare al cimitero. Si racconta a lei, le confida con pacatezza di essere omosessuale, “o masculu e fìammina cum’i chiamàvisi tu”, l’esistenza intima che viveva e che vive.
Non l’ha mai fatto, prima. Certamente questa mamma ha intuito, ha assorbito, ha capito tutto in silenzio. Senza mai fare domande. Con infinito, amoroso rispetto. Arrivando solo a raccomandarsi, quando il figlio usciva la sera, con un tenero e protettivo “Statti attìantu”. Ora, per lui, scatta un tipico confessarsi del sud, al riparo dagli imbarazzi, dai timori di preoccupare. Forse con un piccolo indicibile dispiacere di non aver trovato prima, a tu per tu, l’occasione di aprirsi, di cercare appoggio, delicatezza.
E affiorano memorie e coscienze di momenti anche belli, nel figlio, a ripensare certi rapporti con uomini in grado di dare felicità, un benessere che però invariabilmente si rivelava effimero, perché le cose segrete nascondono mille complicazioni, destini non facili, rotture drammatiche.
Nei riguardi di quella madre, pur così affettuosa e misteriosamente comprensiva, si percepisce comunque qualche rammarico, qualche mancata armonia. Ma tutto è moderato, è fatalistico, è contemplativo. In un meridione con la neve, tra le tombe, finalmente con la sensazione d’essere liberi di dire.

dopo lo spettacolo, incontro con la Compagnia

 
Saverio La Ruina
Nato a Castrovillari, si diploma alla Scuola di Teatro di Bologna diretta da Alessandra Galante Garrone e prosegue la sua formazione lavorando con Jerzy Stuhr, Leo de Berardinis, Remondi & Caporossi. Assieme a Dario De Luca fonda la compagnia Scena Verticale (1992) e Primavera dei Teatri (1999), festival dei nuovi linguaggi della scena contemporanea. Autore, attore, regista e organizzatore, attraversa in tutti i sensi la pratica teatrale, spostandosi dalla ridondanza immaginativa e barocca della “trilogia calabro scespiriana”, verso l’essenziale consapevolezza autoriale dei monologhi: “Dissonorata” (Premio Ubu 2007 come “migliore attore” e “migliore testo italiano”), “La Borto” (premio Ubu 2010 come “migliore testo italiano” e premio Hystrio alla Drammaturgia 2010), “Italianesi” (premio Ubu 2012 come “migliore attore”), “Masculu e fìammina”. Alle tonalità del dialetto calabro-lucano, che caratterizza come elemento drammaturgico questo gruppo di opere, corrisponde il limpido italiano di “Polveri. Dialogo fra uomo e donna” (premio Enriquez 2015 per la drammaturgia e come “migliore attore”, premio Lo Straniero e premio Annibale Ruccello per la drammaturgia): lingua, non già dell’oppressione subita, ma dell’oppressione lucidamente e crudelmente esercitata. ll suo monologare conferisce voce e straniata presenza a memorabili identità corali: la donna sottomessa, la donna ribelle, il deportato di guerra, l’omosessuale.
 

 


 
sabato 23 febbraio, ore 21
Teatro Stabile di Bolzano
IN NOME DEL PADRE

uno spettacolo di Mario Perrotta | consulenza alla drammaturgia Massimo Recalcati | collaborazione alla regia Paola Roscioli | costumi Sabrina Beretta | musiche Beppe Bonomo e Mario Perrotta | allestimento tecnico Emanuele Roma e Giacomo Gibertoni | durata 80 min

 
 

Quanto è profonda la mutazione delle famiglie millennials e quanto resta di universale e di eterno? Primo capitolo della nuova trilogia, “In nome del padre, della madre, dei figli”, dedicato all’evoluzione della figura del padre. Un’indagine sul tramonto della figura del padre nella società contemporanea: la rappresentazione patriarcale che lo vuole come bussola infallibile nel guidare la vita dei figli si è esaurita irreversibilmente.

“Un padre. Uno e trino. Niente di trascendentale: nel corpo di un solo attore tre padri, diversissimi tra loro per estrazione sociale, provenienza geografica, condizione lavorativa. A distinguerli gli abiti, il dialetto o l’inflessione, i corpi ora mesti, ora grassi, ora tirati e severi.
Tutti e tre di fronte a un muro: la sponda del divano che li separa dal figlio, ognuno il suo. Il divano, come il figlio, in scena non c’è.
I figli adolescenti sono gli interlocutori disconnessi di questi dialoghi mancati, l’orizzonte comune dei tre padri che, a forza di sbattere i denti sullo stesso muro, smussano le loro differenze per ricomporsi in un’unica figura, senza più tratti distintivi se non le labbra rotte, incapaci di altre parole, circondate dal silenzio, l’unica cosa che resta, insieme ai resti del padre”. [Mario Perrotta]

“Il nostro tempo è il tempo del tramonto dei padri. La loro rappresentazione patriarcale che li voleva come bussole infallibili nel guidare la vita dei figli o come bastoni pesanti per raddrizzarne la spina dorsale si è esaurito irreversibilmente. Il nostro tempo è il tempo dell’evaporazione del padre e di tutti i suoi simboli. Ogni esercizio dell’autorità è vissuto con sospetto e bandito come sopruso ingiustificato. I padri smarriti si confondono coi figli: giocano agli stessi giochi, parlano lo stesso linguaggio, si vestono allo stesso modo. La differenza simbolica tra le generazioni collassa. In questo contesto di decadenza emerge forte una esigenza di nuove rappresentazioni del padre. Trovare una nuova lingua per i padri è una necessità sempre più impellente se si vuole evitare l’indistinzione confusiva tra le generazioni e la morte di ogni discorso educativo o, peggio ancora, il richiamo nostalgico al tempo perduto dell’autoritarismo patriarcale.
Il linguaggio dell’arte – e in questo progetto di Mario Perrotta che ho scelto di accompagnare, il linguaggio del teatro – può dare un contributo essenziale per cogliere sia l’evaporazione della figura tradizionale della paternità, sia il difficile transito verso un’altra immagine – più vulnerabile ma più umana – di padre della quale i nostri figli – come accade a Telemaco nei confronti di Ulisse – continuano ad invocarne la presenza”. [Massimo Recalcati]

dopo lo spettacolo, incontro con la Compagnia

 
Mario Perrotta
Attore, regista e drammaturgo, diplomato nel 1993 alla Scuola di teatro Colli di Bologna, è considerato una delle figure di spicco del nuovo teatro italiano. È cofondatore nel 1994 del Teatro dell’Argine. Nel 2003 ottiene la targa commemorativa della Camera dei Deputati per l’alto valore civile e la straordinaria interpretazione di “Italiani Cìncali”, spettacolo dedicato all’emigrazione italiana del secondo dopoguerra. Scrive e interpreta per radio e televisione e pubblica per Fandango Libri e Terre di mezzo. Scrive e dirige “Opera migrante” per il Lirico di Spoleto. Tra gli altri, riceve il premio Hystrio 2009 alla drammaturgia 2009 con “Odissea”, il premio speciale Ubu 2011 per “Trilogia sull’individuo sociale”, il premio Ubu 2013 come miglior attore con “Un bès – Antonio Ligabue” e con lo stesso spettacolo anche il premio Hystrio Twister 2014 come miglior spettacolo dell’anno a giudizio del pubblico, il premio della critica dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro e il premio 2015 Ubu come miglior progetto artistico e organizzativo per l’intero “Progetto Ligabue”. Nello stesso anno fonda l’associazione culturale Permàr. Nel 2017 si aggiudica il premio internazionale “Pugliesi nel mondo”.
 
Massimo Recalcati
Psicoanalista di orientamento lacaniano, insegna Psicopatologia del comportamento alimentare presso l’Università di Pavia. Accanto a un lavoro di interpretazione dello sviluppo e della struttura del pensiero lacaniano, si è occupato di fenomeni di dipendenza alimentare. Più di recente ha indagato le figure del padre, della madre e della relazione familiare nell’epoca della crisi dell’autorità. Collabora con “la Repubblica”, nel 2018 è direttore scientifico del Festival della Psicologia di Torino e conduce il programma “Lessico famigliare” per Rai 3. Tra i suoi libri: “Clinica del vuoto. Anoressie, dipendenze, psicosi” (2002), “Elogio dell’inconscio” (2008), “Cosa resta del padre?” (2011), “Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione” (2012), “Il complesso di Telemaco” (2013), “Le mani della madre” (2015), “Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto” (2016), “Il segreto del figlio (2017), “Contro il sacrificio” (2017), “I tabù del mondo” (2017).
 

 


 

sabato 9 marzo, ore 21
Punta Corsara / 369gradi
IO, MIA MOGLIE E IL MIRACOLO

testo e regia Gianni Vastarella | con Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Gabriele Guerra, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella | disegno luci Giuseppe Di Lorenzo | costumi Daniela Salernitano | collaborazione artistica Marina Dammacco | con il sostegno di NUOVOIMAIE | premio I Teatri del Sacro 2015 | durata 75 min

 

Il racconto tratteggiato di un paese senza luogo e di relazioni che hanno perso l’equilibrio. In questo paese, partiamo dalla storia di una famiglia: un marito, sua moglie e la figlia, che forse è stata reclutata dalla Scuola Moderna per far parte di un nuovo progetto educativo: l’orario prolungato senza fine. A sconvolgere famiglia e paese, arriva un guaritore che non professa nessuna religione ma che ha il dono di riportare in vita oggetti e persone. Anche quando nessuno, apparentemente, sembra essere morto.

dopo lo spettacolo, incontro con la Compagnia

 
Punta Corsara
Nasce nel 2007 come progetto di impresa culturale della Fondazione Campania dei Festival per il Teatro Auditorium di Scampia e diventa nel 2010 associazione culturale indipendente. Attualmente è impegnata nella tournée del suo repertorio di spettacoli, prodotti tra il 2011 e il 2018: le sei regie di Emanuele Valenti – “Una commedia di errori” di Emanuele Valenti, Gianni Vastarella e Marina Dammacco; “Il cielo in una stanza” di Armando Pirozzi e Emanuele Valenti; “Hamlet travestie” di Emanuele Valenti e Gianni Vastarella; “Petitoblok” di Antonio Calone; “Il convegno” drammaturgia collettiva; “Il signor di Pourceaugnac” di Antonio Calone e Emanuele Valenti – “Io, mia moglie e il miracolo” e “Nella fossa”, scritti e diretti da Gianni Vastarella. Dal 2011 la compagnia è sostenuta e prodotta da 369gradi. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti: premio Hystrio Iceberg 2017, premio Nazionale Franco Enriquez Città di Sirolo 2017, premio I Teatri del Sacro 2015, premio ANCT Associazione Nazionale Critici di Teatro 2014, premio In-Box 2013, premio Ubu Nuovo Attore Under 30 2012, premio Ubu Speciale e premio Hystrio Altre Muse 2010.
 

 


 

Periferie 2018_19

biglietto intero 13 euro
ridotto 10 euro (under 30, over 65 e gruppi di dieci persone)
abbonamento 70 euro (8 spettacoli)

info e prenotazioni 099.4725780 – 366.3473430

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parliamone | nel foyer, dopo gli spettacoli, le Compagnie ospiti della stagione incontrano il pubblico
modera la giornalista Marina Luzzi

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 La nona stagione di “Periferie” è parte di “Heroes”,
progetto triennale 2017_19 di Crest e Tra il dire il fare (Ruvo di Puglia, BA) in ATS,
in ordine all’avviso pubblico per iniziative progettuali riguardanti lo spettacolo dal vivo e le residenze artistiche
– Patto per la Puglia – FSC 2014/2020 – Area di intervento “Turismo, cultura e valorizzazione delle risorse naturali”

 

 

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Tore Scuro
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