Taras Teatro Festival 2025

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«Può sembrare superficiale, in questo nostro mondo afflitto dal dolore, dedicarsi con tutte le energie e le forze possibili ad organizzare progetti teatrali. Il nostro dovere di cittadini, delle nazioni e del mondo, ci chiama senz’altro a impegni e a posizioni radicali rispetto a quanto sta accadendo, nessuno può restare indifferente o distrarsi. Io, però, credo ancora che il teatro sia politica, sia impegno, sia un tentativo necessario di dare un senso alla vita e a ciò che siamo, a ciò che eravamo e a quelli che saremo. Giunti alla III edizione del nostro Taras Teatro Festival – ora riconosciuto dal MIC come “festival di rilevanza nazionale” – sentiamo più che mai il dovere di far vivere a Taranto un periodo di grandi eventi, un’esperienza ricca e complessa in cui la cultura teatrale illumini e faccia risplendere quella civiltà umana che è ancora viva e che può cambiare il mondo.
Per questo abbiamo voluto intitolare quest’edizione “L’ombra della guerra”. Perché le ombre si possono diradare, con la consapevolezza, con il pensiero, con le idee. Hanno risposto al nostro appello persone straordinarie, non solo in quanto artisti ma anche in quanto uomini e intellettuali che hanno il coraggio di denunciare, di contestare, di ricordare, di proporre alternative ad ingiustizie e ostilità: tra questi Moni Ovadia, Paolo Rossi, Marco Baliani e grandi artisti che si ostinano a offrire una lettura del mondo mai banale e a fondare i loro spettacoli sul pensiero come il maestro Antonio Calenda, Daniele Salvo, Andrea Tidona. Uno spazio particolare, proprio per incoraggiare le nuove generazioni all’esercizio del libero pensiero, è dedicato alle compagnie tutte under 35 che presentano inedite visioni teatrali a partire dalla scena antica, come “Pluto o il dono della fine del mondo”, “Oreste”, “Troiane” e l’originale progetto “La più grande tragedia dell’umanità”. Tutto dedicato agli attori professionisti under 35 anche il consueto Master di Alta Formazione, parte integrante del progetto, quest’anno curato e diretto da Carlo Boso che porterà in scena, alla fine del percorso, “La Pace”. Poiché TTF non vuole essere una mera rassegna ma un polo culturale a tutto tondo, un festival ‘con un’anima’ come mi piace chiamarlo, sono per noi fondamentali gli eventi collaterali come, quest’anno, “L’arte delle maschere” realizzato in collaborazione con MArTa e Associazione culturale Giancarlo Santelli, che presenterà i meravigliosi lavori di quest’ultimo in accostamento ai grandi reperti del museo con la guida di Carlo Boso. Da quest’anno, inoltre, abbiamo istituito il premio Taras Teatro Festival, una creazione del maestro ceramista Cosimo Vestita.
Ora è il tempo dei ‘grazie’ per quelli che rendono possibile, insieme a noi di Terra Magica, questo miracolo che si ripete. Ringrazio con calore prima di tutto Elisabetta Pozzi, artista e anima straordinaria, che mi conforta e sostiene nelle scelte operate, ringrazio gli amici della cooperativa C.R.E.S.T., dalla direttrice artistica Clara Cottino fino all’ultimo dei collaboratori, per l’entusiasmo con cui hanno sposato il progetto fin dal suo nascere e la collaborazione fattiva. Ringrazio le istituzioni, il MIC, la Regione Puglia, il Comune di Taranto per l’ascolto e il riconoscimento che continuano a dare al TTF. Ringrazio infinitamente gli sponsor privati che hanno creduto in noi con fiducia e senza i quali non vi sarebbe la ricchezza di eventi e spettacoli che quest’anno presentiamo. Grazie ai partner, ai collaboratori, alle realtà che ci sostengono moralmente. Infine, grazie al pubblico che sa abbandonare la comoda quotidianità di divani casalinghi e di schermi televisivi per farsi travolgere dai nostri artisti e dalle emozioni che solo il teatro sa regalare.»
Massimo Cimaglia


19 settembre Auditorium TaTÀ ore 21
Indagini sull’Orestea
Lezione-spettacolo di ANTONIO CALENDA

L’Orestea è l’unica trilogia tragica pervenutaci dal mondo antico. È una testimonianza lancinante del divenire dell’uomo greco dalle antiche contraddizioni religiose, che connotano il diritto e il concetto di giustizia, fino alla luminosa conquista della “ragione” ultima della democrazia ateniese: il formarsi della polis e la nascita del dibattimento processuale. Di tutto ciò, l’Orestea è un’altissima rappresentazione poetica, nella forma tragica; una “Summa theologica” e, insieme, una testimonianza politica penetrante. Attraverso il doloroso susseguirsi dei delitti generati dagli imperativi del ghenos fondati sul concetto di vendetta – la necessità del “taglione” – Oreste declina la propria identità. Un reperto da esaminare e scandire, con la consapevolezza che ci deriva dal presente minaccioso e drammatico.
A guidarci attraverso questo potentissimo viaggio è Antonio Calenda, uno dei più grandi maestri della regia italiana. Ha fondato nel 1965 il Teatro Sperimentale Centouno che, con l’apporto di artisti come Gigi Proietti, Piera degli Esposti, Virginio Gazzolo, diventerà importante punto di riferimento per la sperimentazione teatrale. E’ stato direttore del Teatro Stabile dell’Aquila, del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, ha lavorato per il Teatro di Roma e ha diretto centinaia di spettacoli – da Shakespeare a Brecht, ai classici, agli autori del Novecento – alcuni dei quali si sono imposti anche sulle scene internazionali. Continua a svolgere una capillare attività di promozione del teatro contemporaneo e di sostegno alle giovani generazioni anche attraverso la consulenza artistica alla nuova e interessante realtà del Teatro Basilica a Roma.


20 settembre Teatro Comunale Fusco ore 21
Ovidio il poeta relegato. Metamorfosi dell’esilio
di Luigi Di Raimo 
con MONI OVADIA 
e con Daniele Salvo e Barbara Capucci
reading a cura di DANIELE SALVO
musiche originali di Marco Podda e Patrizio Maria D’Artista
progetto e produzione Kairòs

Un editto voluto dal Principe Augusto cambia le sorti di uno dei più acclamati poeti dell’antichità, Publio Ovidio Nasone che, nell’8 d. C., viene costretto ad abbandonare Roma per la remota città di Tomi. Di quella terribile esperienza restano custodi le lettere inviate ai propri cari in patria, pagine in cui la realtà del dolore personale si trasforma in poesia e la vicenda umana dell’esule richiama le sorti infelici da lui immortalate nelle Metamorfosi. È Ovidio stesso a paragonarsi ad esse, riconoscendo nelle storie di quei corpi trasformati una perfetta rappresentazione del proprio destino mutato. Così, in questo “doppio soliloquio a più voci”, un solitario Ovidio è impegnato in un dialogo a distanza con la moglie, in cui si uniscono nel ricordo alcuni tra i miti più struggenti dell’opera che il poeta considera specchio e immagine del proprio destino. Ovidio è Atteone, involontario profanatore di segreti inaccessibili, è Icaro, precipitato a picco da altezze troppo elevate, è Ceice che, morendo, trascina nella disgrazia la sua Alcione. In un viaggio tra le pagine più alte della letteratura di ogni tempo, tradotte e riadattate per la scena, lo spettacolo ripercorre la metamorfosi di Ovidio da poeta ad esule, in un intreccio che fonde realtà e letteratura, biografia e mito. In questo racconto umano di dolore e di speranza, di trasformazione e di fedeltà, di ricostruzione di un’identità compromessa il ruolo di Ovidio è ricoperto da Moni Ovadia, artista e uomo di cultura, coraggioso intellettuale attento alla convivenza tra le civiltà, da sempre impegnato in difesa dei diritti e della pace. Artista poliedrico, spazia dal teatro alla musica, dalla radio al cinema, dalla televisione alla letteratura. Dotato di un umorismo originale e pungente, ha saputo fondere le sue doti di attore e di musicista in una sua personale interpretazione del teatro musicale. Nato in Bulgaria in una famiglia ebraico-sefardita, greco-turca dalla parte paterna e serba dalla parte di madre, è cresciuto a Milano. Questo incontro di culture nella sua esistenza lo ha reso insieme cosmopolita e profugo, e questa, come ha spiegato più volte, è una condizione che lo aiuta nella costruzione della sua identità.


26 settembre Auditorium TaTÀ ore 21
Prima nazionale
Oreste
di DARIO BATTAGLIA da Euripide
con Antonio Bandiera, Marta Anna Borucinska, Alessandro Burzotta, 
Caterina Fontana, Marcello Gravina, Ivan Graziano, Francesca Piccolo 
musiche originali di Gioacchino Balistreri
scene e costumi Ivan Bicego Varengo
progetto visual Arcangelo Piccirillo
regia Dario Battaglia
produzione compagnia Lombardi Tiezzi

Oreste rientra a pieno titolo all’interno di quel gruppo di rielaborazioni mitologiche in cui Euripide, attraverso varianti del mito, ci fornisce delle inedite versioni dei protagonisti che conosciamo attraverso il mito “ufficiale”. Il caso dell’Oreste è emblematico: l’azione si svolge cinque giorni dopo l’omicidio commesso da Oreste ai danni della madre Clitennestra. In una dimensione tra il sonno e la veglia, il figlio di Agamennone riceve, insieme alla fedele sorella Elettra, le visite degli altri personaggi e delle Erinni che incombono sulla sua coscienza provocando rimorso e paura. La città chiede la condanna dei due matricidi, lo zio Menelao decide di non agire. Il turning point di questo testo è rappresentato dall’arrivo di Pilade che spingerà i due ad architettare un piano in perfetto stile gangster-movie per fuggire.
Da questo momento in poi, i due fratelli dimessi, stanchi, fiaccati, malati si risvegliano, subiscono appieno il richiamo dell’azione e abbandonano i panni della malattia per vestire quelli degli eroi ribelli. 
Quali azioni sono, infatti, appannaggio esclusivo dei giovani e a quali responsabilità sono chiamati per discostare il loro destino da quanto deciso dal fato? E dove risiede la Giustizia?
Seguendo il suggerimento dell’autore, per cui lo stato di malessere del protagonista diventa la condizione esistenziale di partenza cui tutti si accostano, lo spettacolo è ambientato in un non-luogo mentale, forse una stanza di un sanatorio, o una clinica psichiatrica, mentre l’intreccio diventa il sogno distorto di un uomo sfinito con una psiche molto fragile e tormentata. Cosa è reale e cosa no? Il nostro non-luogo è asettico, rarefatto, sterile. Centro della scena è un tavolo che funge da letto di Oreste, da tavolo operatorio all’interno di una clinica, ma anche da altare in cui la vittima è pronta a sacrificare tutto sé stesso e gli altri, purché il volere degli dei venga compiuto sempre e comunque. Dario Battaglia guida una compagnia di giovani professionisti formatisi presso l’Accademia d’Arte del Dramma antico di Siracusa, in una messa in scena che riflette sul rapporto tra giovinezza e vecchiaia, sui conflitti generazionali, sul contrasto tra ordine politico e opposizione rivoluzionaria alle ingiustizie. Le musiche originali di Gioacchino Balistreri, pluripremiato musicista siciliano, sono una vera e propria drammaturgia sonora su cui si impagina la scrittura scenica.


27 settembre Teatro Comunale Fusco ore 21
STAND UP CLASSIC 
di e con PAOLO ROSSI
musiche dal vivo Emanuele Dell’Aquila
produzione AGIDI

Uno spettacolo che reinventa i classici della letteratura, presentati in un modo unico e non convenzionale: “Stand Up Classic” è un viaggio attraverso i secoli, dove le parole di autori come Omero, Shakespeare e Orazio prendono vita e si connettono con il presente. Accompagnato dalla chitarra di Emanuele Dell’Aquila, Rossi trasforma testi antichi in esperienze contemporanee, rendendoli accessibili e vibranti per il pubblico moderno. Le sue libere associazioni tra passato e presente creano un dialogo vivace e sorprendente, che fa riflettere e divertire. Un evento imperdibile per chi ama la letteratura, il teatro e la stand-up comedy.
Paolo Rossi è una delle voci più interessanti e originali dello spettacolo italiano. Milanese d’adozione, si esibisce da quarant’anni nei club e nei grandi palcoscenici, dal teatro tradizionale al cabaret, dalla televisione al tendone da circo, proponendo il suo modo personale di fare spettacolo che, pur immergendosi nelle tematiche contemporanee, non prescinde dai classici antichi e moderni, da Shakespeare a Molière, dalla commedia dell’arte a Brecht. Esordisce come attore nel 1978 nell’Histoire du Soldat con la regia di Dario Fo. Alla fine degli anni Ottanta si impone con gli spettacoli Recital, Chiamatemi Kowalski (1987), The Times They Are a-Changin’… Un’altra volta… Again!, cui seguono spettacoli dalla struttura originale definiti “antimusical sociali”, tutti con la regia di Giampiero Solari, tra cui Le visioni di Mortimer (1988) e La commedia da due lire (1990). Nel 1992 approda alla televisione con Su la testa su Rai 3. Nel 1994-95, partecipa alle molte puntate del Laureato di Piero Chiambretti su Rai 3; nel 1997-98 conduce Scatafascio, trasmesso su Italia 1. Nel 2007 è ospite fisso della trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio. Nel 2024, a Forte dei Marmi, nell’ambito del Festival della Satira, Paolo Rossi viene insignito del Premio Satira 2024 per il teatro. Nello stesso anno è in scena anche con Operaccia Satirica da lui scritto e interpretato con le musiche dal vivo di Emanuele Dell’Aquila e Alex Orciari. Nel 2025 torna alla tv a fianco di Peter Gomez e della giornalista Manuela Moreno nella trasmissione in prima serata Rai 3 Un Alieno in Patria.


Future Stage speciale under 35
28 settembre ore 21 e 29 settembre ore 17:30 Auditorium TaTÀ
Prima nazionale
La Pace 
di CARLO BOSO da Aristofane
con gli attori del Master di Alta Formazione del Taras Teatro Festival
Jules Careggi, Anna Cocconcelli, Maria Laila Fernandez, Vincenzo Giordano, 
Isabella Girardini, Patrick Passini, Stefano Scognamiglio, Susanna Zoccali
regia di Carlo Boso
produzione Terra Magica Arte e Cultura

I detentori del potere universale, in combutta con i guerrafondai del Mondo, hanno deciso di rapire la Pace. L’industria della guerra riduce alla miseria le campagne del Peloponneso. L’agricoltore Trygos decide di salire all’Olimpo a cavalcioni di uno scarabeo gigante per liberare la Pace e riportare l’armonia sulla Terra. Scritta da Aristofane nel 421 a.C., questa originalissima commedia vuol mettere in berlina una società governata dagli interessi di alcune divinità che poco hanno a cuore il benessere degli abitanti del pianeta Terra. Questa nuova versione dell’opera diretta dal Maestro Carlo Boso, vera e propria commedia in musica, verrà rappresentata in prima nazionale da professionisti under 35 selezionati tra centinaia di domande e partecipanti al Laboratorio di alta formazione professionale del Festival, in una fantasmagoria di canti, danze, pantomime, lazzi e azioni interattive che celebrano l’incontro tra le origini del teatro occidentale e la commedia dell’arte, inizio del teatro moderno. Ed è anche dedicando un tripudio di applausi a Trygos e ai suoi alleati che le spettatrici e gli spettatori potranno far tacere i guerrafondai del Mondo e far trionfare la Pace!
Carlo Boso è uno tra i più importanti eredi della commedia dell’arte. Diplomato al Piccolo Teatro di Milano, ha partecipato a opere teatrali dirette da registi come Strehler, Castri, Fo. Ha intrapreso una carriera di drammaturgo e regista che lo ha portato in tutto il mondo. Ha partecipato alla creazione di importanti teatri e, seguendo la sua straordinaria vocazione di pedagogo teatrale, a Parigi ha fondato l’Académie Internationale Des Arts du Spectacle di Versailles. Ha diretto importanti festival internazionali e insegnato in università e accademie formando oltre 5.000 attori professionisti. La Cour du Barouf, da lui diretta, è un’istituzione storica del Festival d’Avignon Off. Lo spettacolo che presentiamo nasce dalla grande ricerca che da alcuni anni Boso ha intrapreso sulla figura di Aristofane in chiave di teatro popolare moderno.


Future Stage speciale under 35
3 e 4 ottobre Auditorium TaTÀ ore 21
Prima nazionale
Troiane 
di VALERIA CIMAGLIA da Euripide
con Domizia d’Amico, Mariachiara Basso, Valeria Cimaglia, 
Tommaso Sartori, Francesca Bax, Giulia Guastella
musiche originali eseguite dal vivo da Simone Carrino
scene e costumi Francesca Bax
regia di Valeria Cimaglia
produzione C.R.E.S.T.

Troia è caduta insieme alle sue mura. Guerrieri usciti da un cavallo hanno distrutto ogni residuo della civiltà troiana, sono morti uomini, anziani, bambini. Restano solo le donne, uniche testimoni delle atrocità subite, che aspettano di essere scelte dai soldati greci come schiave. Nessuna di loro avrà giustizia, non ci sarà alcun deus ex machina a salvarle, alcuna speranza. Solo la consapevolezza del proprio dolore e un inascoltato grido di rabbia contro l’ingiustizia della guerra. Ecuba, Andromaca, Cassandra, le donne troiane sono unite dal dolore della morte e dal peso dei ricordi. Per questo, la regia di Valeria Cimaglia le ha volute rappresentare non come individui distinti ma come un unico corpo e un’unica voce che si moltiplica nel Coro: il loro dolore è collettivo, universale, una ferita che trascende i singoli destini. Il Coro diventa quindi il cuore pulsante della tragedia, una coscienza comune che canta la rovina della città e delle sue madri. Il passato e il presente si fondono, portandoci in una Troia senza tempo, un luogo come tanti altri, in cui quei ricordi di vita felice potrebbero appartenere a qualsiasi donna sopravvissuta a una delle tante guerre che ancora ci affliggono.
I Greci non vengono rappresentati come uomini ma come simboli: incarnano la ragione, la politica, la macchina della guerra. Appaiono come figure spersonalizzate, quasi automi, che agiscono per necessità logica e calcolo strategico, non per umanità.
I Troiani, al contrario, rappresentano il sentire, il legame con gli dèi, la religione e la memoria. Sono i custodi di una dimensione emotiva e spirituale che la guerra tenta di annientare, ma che non potrà mai spegnersi. Ogni guerra ci restituisce nuove Troia in fiamme: i lamenti di Ecuba e delle donne di Troia sono gli stessi che oggi risuonano tra le rovine di città lontane, eppure mai così vicine a noi.
La compagnia, tutta di professionisti under 35, è già consolidata e si sta distinguendo nel panorama teatrale italiano con produzioni ispirate al teatro classico come Medea.


Future Stage speciale under 35
5 ottobre Auditorium TaTÀ ore 19

Pluto o il dono della fine del mondo 
di Anton Giulio Calenda e Valeria Chimenti
con Matteo Baronchelli, Alessandro Di Murro, Alessio Esposito, 
Amedeo Monda, Laura Pannia
musiche originali di Amedeo Monda
costumi Giulia Barcaroli
disegno luci Matteo Ziglio
regia Alessandro Di Murro
produzione Gruppo della Creta

Che cosa succederebbe se fossimo tutti ricchi e liberi dall’obbligo di lavorare? Se a tutti fosse concesso ozio illimitato?
È su questa utopia che si gioca l’opera di Aristofane, Pluto, che prende il nome da un dio tanto poco spirituale, quanto assai utile e concreto. Il cieco Pluto, dio della ricchezza nel pantheon ellenistico, viene rapito da Cremilo, contadino ateniese, affinché smetta di elargire ricompense ai malvagi e sofferenze agli onesti. Succederà nella vicenda, che, curata la cecità di Pluto, i soldi saranno bulimicamente distribuiti a tutti e che quindi lavorare diverrà inutile.
Se per Cremilo-Aristofane, protagonista della vicenda, la giustizia redistributiva è il ragionevole farmaco da applicare sulle piaghe della società ateniese, per Povertà, che irrompe in scena come antagonista, una indiscriminata ricchezza a portata di tutti è “azione folle, sacrilega, criminale”. Insomma, se tutti sono ricchi chi vuole rimboccarsi le maniche?
Se Povertà è il capitalismo e Pluto una forma idilliaca di comunismo, il Gruppo della Creta, nella sua riscrittura di questo capolavoro, applica il metodo aristofanesco e prende le distanze da entrambe le ipotesi politiche. Aristofane è ormai un compagno di viaggio perché ci possiamo riconoscere nella sua ambiguità politica, nella sua capacità di non schierarsi con nessuno ma attaccare sempre, amici e nemici. Distante anche da forme estreme di nichilismo, la Compagnia esplora la crisi di tutte le ideologie e va alla ricerca di qualcosa di nuovo che forse ancora non si conosce, con l’ottimismo di chi è consapevole che l’umanità sbaglia ma sbaglia sempre meglio!
Il Gruppo della Creta è tra le più interessanti realtà di cooperazione teatrale under 35 che indaga sul linguaggio del teatro contemporaneo creando reti di collaborazione con artisti, istituzioni e teatri. Il Gruppo è anche compagnia residente del Teatro Basilica di Roma, unico spazio teatrale di Roma con una gestione under 35.


Future Stage speciale under 35
10 ottobre Auditorium TaTÀ ore 21
La più grande tragedia dell’umanità 
di Jacopo Giacomoni
performer Jacopo Giacomoni e Yoko Yamada 
costumi in collaborazione con Angie Power
regia Jacopo Giacomoni e Gaia Bautista 
produzione Malmadur e Evoè!Teatro

Jacopo Giacomoni (menzione speciale Franco Quadri del Premio Riccione 2023, vincitore del Bando Autori della Biennale Teatro di Venezia nel 2024) ha ideato uno spettacolo che rende il pubblico protagonista, invitandolo a eleggere la più grande tragedia dell’umanità. Si parte dalla perdita di un cellulare e si arriva a un amore tradito, alla nascita di Facebook, a un bambino caduto in un pozzo, all’estinzione degli elefanti, a un’epidemia, a un genocidio, a un paragone tra una strage vicina e una lontana, tra una recente e una passata. Gli spettatori devono scegliere fra due tragedie; quella che viene votata come più grande rimane in gioco, l’altra viene scartata. Quella rimasta si confronta con una nuova tragedia; la più grande rimane, l’altra viene scartata. E così via.
In alcune votazioni il suffragio può cambiare: possono avere diritto di voto solo gli spettatori che hanno vissuto la tragedia esaminata, possono averlo solo gli spettatori che non l’hanno vissuta, possono votare solo tre spettatori ecc.
Non esiste una tragedia vincitrice a priori: sarà il giudizio insindacabile del pubblico a determinare l’esito dello spettacolo. Quella rimasta per ultima viene eletta la più grande tragedia dell’umanità. Al termine, il pubblico saprà quali tragedie sono state elette nelle repliche precedenti. Una performance che spettacolarizza la spettacolarizzazione della sofferenza e si chiede: come possiamo, ora, rappresentare una tragedia su un palcoscenico?
Guy Debord diceva che lo spettacolo “è il momento storico che ci contiene”. Fuori dal teatro “lo spettacolo costituisce il modello presente della vita socialmente dominante”. Come possiamo insieme, dentro un teatro, guardarci da fuori? Osservare i meccanismi che ci fanno implicitamente scegliere ogni giorno a quale dolore dedicare la nostra indignazione?
Il dispositivo teatrale ruota intorno a due temi: la spettacolarizzazione mediatica del dolore e la rappresentabilità del tragico. Come cambia la mia percezione del dolore a seconda dei mezzi espressivi usati per rappresentarlo? Quale tragedia rappresenta il muro contro cui far schiantare questo gioco perverso?
Uno straordinario e originale dispositivo teatrale che diventa occasione di incontro e di riflessione tra i performer e il pubblico, riscoprendo il teatro come luogo partecipativo che schiude a mille possibilità.


11 ottobre Auditorium TaTÀ ore 21
Agamennone  
di Ghiannis Ritsos
con ANDREA TIDONA
e con Carolina Vecchia
voice over Alessandra Fallucchi
scene Katia Titolo, costumi Sara Bianchi
luci Giuseppe Filipponio
habitat sonoro Giorgio Bertinelli
progetto e regia di Alessandro Machìa
produzione Zerkalo

Nella versione di Ritsos, il re di Micene, potente despota omerico a capo della spedizione contro Troia, è un uomo vecchio, giunto finalmente a casa dopo una lunga, estenuante guerra e capace di un solo ultimo atto di valore: una confessione della propria versione della storia alla moglie Clitemnestra. Come se Cassandra lo avesse già informato della sua morte imminente, Agamennone ricompone i passi di un cammino durato dieci anni, non per evitare il proprio destino ma per testimoniare le poche reali vittorie che è riuscito a compiere su sé stesso, prima fra tutte la lucida visione della propria vanità. Se in Eschilo non si vede mai che cosa accade all’interno del palazzo, Ritsos invece ci porta nel cuore della reggia dove Agamennone racconterà la sua storia, quella di un uomo sensibile, fragilissimo, trasformato dalla guerra in cui ha visto e ha fatto di tutto, una figura quasi sacralizzata dalla consapevolezza degli errori e dell’insensatezza umana, in grado di accorgersi addirittura delle piccole fatiche di una formica e di rivedervi, tragicamente, le proprie.
La regia sceglie una Clitemnestra giovane, la donna della memoria di Agamennone, che lo guarda muta e che per tutto il tempo riempie d’acqua recipienti, bicchieri, “suonando l’acqua” favorendo l’emersione dei ricordi del re, come una Mnemosyne. Allo stesso tempo questa Clitemnestra è anche un’immagine erotica fuori dal tempo che, come fa dire Ritsos al vecchio re, “conserva lo splendore e la gloria della mia giovinezza”. Ma – come in una linea che taglia trasversalmente il tempo – la giovane moglie si sovrappone alla figlia Ifigenia, sacrificata per ottenere il favore dei venti, così come alla sacerdotessa Cassandra, giovane amante e bottino di guerra del re. La scena – sonorizzata – è la scena della memoria, un interno in un esterno: una tavola di ferro, nuda, cosparsa di bicchieri e brocche, una chaise longue e a terra, tutto intorno, recipienti anch’essi pieni d’acqua.
Andrea Tidona, tra i migliori interpreti italiani del cinema e della televisione (Nastro d’Argento 2004 per “La meglio gioventù”), che in teatro ha lavorato con registi come Strehler, Squarzina, Mauri, dà voce e corpo a un Agamennone umanissimo, antico e contemporaneo allo stesso tempo.


18 ottobre Auditorium TaTÀ ore 21
Prima nazionale
Dormono sulla collina 
di Barbara Gizzi 
con MASSIMO CIMAGLIA
e con Marco Maggio
voice over Valeria Cimaglia, Mariachiara Basso
“Awurade Kasa” è cantata da Gloria Enchill
costumi Michela Cera
regia Massimo Cimaglia
produzione Altrosguardo

“Dove sono i generali che si fregiarono nelle battaglie con cimiteri di croci sul petto?” si chiede Fabrizio de André in una canzone ispirata all’Antologia di Spoon River. La risposta, per loro, come per tutti gli altri morti evocati nel testo, è sempre la stessa: “dormono sulla collina”, che è anche l’incipit del capolavoro di Edgar Lee Masters. Un volume di poesie che sembra innocuo e che invece in Italia è “superproibito” tanto che Pavese lo aveva fatto pubblicare come “S. River” sperando che la censura fascista interpretasse quella “S” come “santo”. Parlare di morti, far parlare i morti, è sempre un atto di ribellione contro il pensiero unico e stordente. Far parlare i morti di guerra è un atto di ribellione contro la guerra, contro tutte le guerre. Parlare di morte è, paradossalmente, un atto estremo e gioioso di amore per la vita. Per questo lo spettacolo è soprattutto uno spettacolo sulla vita.
Questa nostra Spoon River lascia la parola agli eroi antichi di cui da tempo, come compagni lontani, seguiamo il cammino. Sono eroi ed eroine morti in guerra, una guerra che è anche di anime, di odio, di potere. Sono vittime e carnefici, sono rabbiosi o indifferenti, proprio come sono i vivi di fronte a ogni guerra. Non possono tornare fisicamente, eppure si fanno sentire nel mondo contemporaneo, che è ancora in guerra, parlano con passione a un soldato e a un generale di fazioni opposte che si aggirano in un luogo apocalittico e distopico. La guerra di Troia diviene la guerra-paradigma su cui si declinano tutte le guerre, in ogni spazio e in ogni tempo. Il generale e il soldato si scrutano, talvolta nemici, talvolta complici nella ricerca di sé stessi, di un senso alla vita, insieme si mettono in ascolto delle anime, fino a che l’inaspettato finale rivelerà il dramma della loro stessa esistenza, nella consapevolezza che l’uomo è ancora – come scriveva Quasimodo – “quello della pietra e della fionda” e che la guerra è ancora, drammaticamente, nel qui e ora. L’autrice tenta di far dialogare autori e temi classici con personaggi e interrogativi moderni. Massimo Cimaglia veste i panni del generale accanto al soldato Marco Maggio, mentre Gloria Enchill, attrice di origine ghanese che calca i palcoscenici di tutto il mondo, sarà la voce canora che farà risuonare la suggestiva “Awurade Kasa”.


19 ottobre Auditorium TaTÀ ore 19
Quando gli dèi erano tanti 
di e con MARCO BALIANI
dedicato alle scritture di Roberto Calasso
organizzazione e promozione Ilenia Carrone
regia Maria Maglietta
produzione Casa degli Alfieri

“Come Ismaele nell’incipit del Moby Dick di Melville, quando l’orizzonte si incupisce e la percezione del mondo mi si offusca, è tempo di salpare, di uscire dalla gabbia dei giorni per aprirsi verso l’ignoto. E se il mare oceano non è lì a portata di corpo, le pagine di Roberto Calasso mi faranno viaggiare lo stesso, salpando in altri lidi. Questo spettacolo nasce dal desiderio di intrecciare quelle narrazioni mitiche che nel tempo sono affiorate sulla superficie del mio mare e che stanno lì come isole su cui è sempre possibile tornare ad abbeverarsi e nutrirsi. Ma l’oralità del mio narrare non si esaurisce nell’offrire la visione o meglio l’ascolto di quei territori numinosi e misteriosi. Ognuno di quei miti racchiude altre strade, un susseguirsi di rimandi, di crocicchio in crocicchio, verso altre mappe immaginative, mappe che si possono percorrere. Ognuna di quelle strade illumina anche esperienze del mio vivere, i crocicchi della mia esistenza, quelle ‛linee d’ombra’ che segnano i passaggi generazionali. Così il racconto apre a pensieri imprevisti, a sorprese della percezione, che riguardano il nostro presente, che rimettono in gioco la memoria e allacciano il racconto ad altre narrazioni, a incontri con altre opere, in un dialogo con altri artisti. Quello che ne esce è una mappa di eventi da percorrere nello stupore, e nell’incantamento della voce che li fa rivivere. Grotte, boschi, mari, scogli, la natura tutta parla con le voci potenti degli Dèi che l’hanno abitata, e che sono ancora lì, nascosti alla nostra vista assetata solo di merci e votata al consumo della natura stessa. Sono ancora lì anche quando ai boschi si sostituisce l’intrico di una metropoli, o di strade brulicanti di esistenze in corsa. Anche lì, a saperle ascoltare, ci sono voci antiche che ci parlano. Sono ancora lì a ricordarci del tempo in cui il frondire delle foglie aveva una voce, un ascolto e una necessità. Mi piacerebbe con questo spettacolo ritrovare quell’ascolto”. Marco Baliani


 


IL MASTER DI ALTA FORMAZIONE PER ATTORI PROFESSIONISTI UNDER 35

dal 22 al 29 settembre

Fin dalla sua nascita Taras Teatro Festival ha avuto come fulcro importantissimo un Master di Alta Formazione dedicato a professionisti under 35, vera anima giovane del festival. Centinaia sono le richieste che arrivano ogni anno dall’Italia e dall’Europa e i giovani artisti scelti animano, emozionano e coinvolgono la cittadinanza ma sono a loro volta ‘catturati’ dalla bellezza della città che li ospita. Ogni anno maestri di chiara fama si alternano per offrire esperienza ed approfondimenti a giovani attori già immessi nel mondo del lavoro. Negli anni passati abbiamo ospitato – tra gli altri – Elisabetta , Melania Giglio, Elena Arvigo, Dario La Ferla.
Quest’anno a dirigere il Master sarà un artista internazionale con forte vocazione alla pedagogia del teatro, Carlo Boso.
Il soggetto tematico centrale del Master, come sempre, sarà in linea con il tema dell’edizione che, quest’anno, è “l’ombra della guerra”. Per questo il Maestro Boso ha scelto come nucleo centrale “La Pace” di Aristofane da lui tradotta e riadattata e ha scelto di utilizzarla come celebrazione dell’incontro tra le origini del teatro occidentale e la commedia dell’arte, inizio del teatro moderno, condividendo i propri saperi con i corsisti, otto agguerriti e brillanti tra giovani attori e giovani attrici che trasferiscono il proprio entusiasmo a questa nuova sfida del festival.


gli eventi

L’ARTE DELLE MASCHERE

27 settembre – MArTa Museo archeologico Nazionale di Taranto

Incontro con le maschere: dalla maschera antica ai lavori di Giancarlo Santelli
Con una lezione introduttiva del Maestro Carlo Boso
a cura di Associazione culturale Giancarlo Santelli
in collaborazione con MArTa

Gli scrittori antichi accusavano i tarantini di passare più tempo a teatro che a lavorare. La passione dei tarantini per il teatro è testimoniata anche dai numerosi e importanti reperti collezionati al MarTa, in particolare da modelli di maschere di dimensioni differenti che lasciano intuire non solo una ricchezza di rappresentazioni ma anche un retroterra produttivo. Come le grandi città greche, Taranto celebrava Dioniso con imponenti spettacoli teatrali.
Oggi Taranto conquista di nuovo un ruolo importante nel panorama teatrale con il riconoscimento da parte del Ministero della Cultura del Taras Teatro Festival come “festival di rilevanza nazionale”. Il sottotitolo “Scena antica e visioni contemporanee”, punta a rileggere il teatro classico come motore di riflessione e di suggestioni per una lettura più attenta e critica del mondo contemporaneo. In quest’ottica non si propone solo una rassegna di spettacoli ma eventi che incoraggino la ricerca, il sapere, una percezione dinamica della storia, destinati anche al grande pubblico.
Quest’anno proponiamo – insieme alla direttrice del MArTa, Stella Falzone, ancora una volta vicina ai nostri progetti con squisita sensibilità – un pomeriggio dedicato alle maschere. Accanto ai considerevoli reperti scelti ed esposti dal MArTa, modelli di maschere antiche, verrà allestita una mostra temporanea, con i preziosi lavori del Maestro Giancarlo Santelli, geniale artista-artigiano nato in provincia di Bari che ha lavorato con artisti come Eduardo De Filippo, Massimo Ranieri, Gigi Proietti, Roberto De Simone, Giorgio Strehler, Dario Fo, Massimo Troisi, Franco Zeffirelli e molti altri. Santelli ha creato un patrimonio inestimabile di maschere, non solo eccellenti dal punto di vista estetico ma anche innovative per la sperimentazione basata sullo studio – attraverso i reperti archeologici e i disegni di illustratori antichi – dei materiali usati (il cuoio per la commedia dell’arte e il lattice per i drammi del teatro classico) e delle tecniche di modellazione. Santelli ha introdotto nella creazione delle maschere un principio rivoluzionario e importante: era la maschera a doversi adattare al volto dell’attore e non viceversa. Recentemente le sue creazioni sono state protagoniste della fortunata mostra “Teatro. Autori, attori e pubblico nell’antica Roma” che ha riscosso enorme successo all’Ara Pacis di Roma.
Ad accompagnare il pubblico nella visione delle maschere sarà il Maestro Carlo Boso, tra i più importanti eredi della Commedia dell’Arte. Allievo di Giorgio Strehler e artista di fama internazionale, Boso è co-direttore dell’Académie Internationale Des Arts du Spectacle, direttore della Cour de Barouf ad Avignone e docente presso università francesi, canadesi e spagnole, e porterà gli uditori in un vero e proprio viaggio nel mondo delle maschere, dall’antichità alla Commedia dell’Arte.


gli eventi

IL PREMIO TARAS TEATRO FESTIVAL

Il premio Taras Teatro Festival è una prestigiosa statuetta, ideata dal maestro Cosimo Vestita, artista-artigiano tra i più importanti ceramisti di Grottaglie, e ispirata a un modello antico. La commistione tra la modernità dell’opera e l’ispirazione antica sottolinea lo spirito stesso del Festival. Quest’anno il premio verrà assegnato alla carriera al Maestro Antonio Calenda. Altri tre riconoscimenti saranno conferiti, rispettivamente, allo spettacolo under 35 più originale, alla valorizzazione del patrimonio culturale, all’impegno per la promozione del territorio.


 

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