La Luna nel Letto e «La dea del cerchio», una storia di bambini e di giochi nei cortili

Domenica 29 marzo per la rassegna «favole&TAmburi» del Crest al TaTÀ

Spettacolo con Marianna di Muro per la regia di Michelangelo Campanale

Una storia sull’invidia, nella quale è facile riconoscersi. Perché provare invidia, uno dei sette vizi capitali, non è sbagliato: è solo umano. Esattamente ciò che racconta «La dea del cerchio», spettacolo aperto a tutti che la compagnia La Luna nel Letto presenta all’auditorium TaTÀ, domenica 29 marzo, alle ore 18, per l’ultimo appuntamento della rassegna «favole&TAmburi» del Crest sostenuta dalla Regione Puglia. Lo spettacolo sostituisce «Cenerentola 301» che sarebbe dovuto andare in scena lo scorso 8 marzo.

L’allestimento è diretto da Michelangelo Campanale, che firma anche scene e luci, ed è interpretato dall’autrice del testo, Marianna di Muro, che presenta una storia di bambini e giochi nei cortili. Una storia personale che si incrocia con il mondo mitico dell’antica Grecia, semplicemente riaprendo la stessa scatola con la quale la protagonista giocava nell’estate del 1988.

Ogni giorno Marianna giocava in cortile con le amiche e gli amici sotto la statua della dea Atena, la dea della saggezza, della sapienza e delle arti femminili. E la presenza della statua aiutava tutti a rimanere ligi alle regole del gioco, onesti con gli avversari. Alla fine, le bambine diventavano dee del gioco nel quale risultavano più brave. E Marianna divenne la dea del cerchio, addirittura per tre anni di seguito. Fino a quando non arrivò Elisa e tutto cambiò.

Nato nel percorso di formazione «Heroes – I miti del contemporaneo» curato da Salvatore Marci e Antonella Ruggiero, «La dea del cerchio» ha il taglio tipico delle produzioni della compagnia, nata a Ruvo di Puglia nel 2002 sotto la sapiente direzione artistica di Campanale. Diverse le realizzazioni di teatro ragazzi realizzate sinora, seguendo sempre un attento percorso di ricerca sull’immaginario, i desideri e i bisogni infantili e giovanili. Alcune hanno anche ottenuto prestigiosi riconoscimenti. È il caso degli spettacoli «Senza piume», «Il vecchio e il mare» e «Cappuccetto Rosso» per i quali La Luna nel Letto ha ricevuto tre premi Eolo rispettivamente nelle categorie «migliore novità», «miglior spettacolo di teatro ragazzi e giovani» e «miglior spettacolo in assoluto». Inoltre, nel 2016 la compagnia è stata invitata al Festival Iberoamericano de Teatro de Bogotà in Colombia e al Festival Internacionál 5 de Mayo a Puebla in Messico con le produzioni «SeMino» e «Cinema Paradiso».

Costo biglietti singoli 7 euro (6 euro per nuclei familiari di almeno quattro persone)
Per informazioni e prenotazioni 333.2694897

addetto stampa
Francesco Mazzotta
328.6296956

  

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Valentina Picello recita «Anna Cappelli», vertiginosa discesa nell’abisso dell’anima

Sabato 28 marzo per la chiusura di «Periferie» del Crest all’auditorium TaTÀ

L’attrice premio Ubu con la pièce del visionario drammaturgo Annibale Ruccello

Si conclude con uno spettacolo di rara intensità emotiva e artistica la stagione «Periferie» del Crest di Taranto sostenuta dalla Regione Puglia. Sabato 28 marzo, alle 21, nell’Auditorium TaTÀ, è in programma «Anna Cappelli» di Annibale Ruccello, tra gli autori più incisivi del teatro napoletano contemporaneo. Diretta dal regista argentino Claudio Tolcachir, in scena c’è Valentina Picello, che anche per questa interpretazione lo scorso dicembre ha ricevuto il premio Ubu come migliore attrice. Coprodotto da Carnezzeria, Teatro Nazionale di Roma e Teatri di Bari, lo spettacolo si avvale delle scene di Cosimo Ferrigolo, dei costumi di Benedetta Nicoletti e delle luci di Fabio Bozzetta, contribuendo a costruire un impianto visivo essenziale e al tempo stesso evocativo.

Scritta nel 1986, poco prima della scomparsa dell’autore, «Anna Cappelli» è un’opera che scava nel cuore oscuro dell’identità, dove solitudine, ironia amara e lucida follia si intrecciano nella scrittura visionaria di Ruccello. Il risultato è un viaggio vertiginoso nell’abisso dell’anima: quello di una donna fragile e combattiva, sospesa tra il desiderio di autodeterminazione e l’assenza di strumenti concreti per realizzarla.

Sul palco, Valentina Picello non si limita a interpretare il personaggio: lo attraversa, lo abita, lo restituisce nella sua nudità più disarmante. La sua Anna è presenza viva, pulsante, capace di coinvolgere lo spettatore in un’esperienza emotiva diretta e senza filtri. Non un mostro, ma una creatura umana attraversata da una fame insaziabile di vita, amore e riconoscimento.

Ambientata negli anni Sessanta, la pièce racconta la parabola di una giovane donna che cerca nel lavoro una via di emancipazione. Ma il bisogno di amore la conduce verso una relazione che si rivela presto soffocante. La dinamica di potere si ribalta, i ruoli si incrinano e Anna scivola progressivamente in una spirale che la porterà verso un epilogo tanto surreale quanto inevitabile.

Claudio Tolcachir orchestra con sensibilità e precisione una raffinata miscela di leggerezza e tragedia, accompagnando lo spettatore nei labirinti della mente di un personaggio contraddittorio e profondamente umano. Il suo sguardo, insieme poetico e rigoroso, costruisce un equilibrio sottile tra humor e dolore, generando un sorriso che ferisce e interroga.

«Il testo – spiega il regista – indaga il ruolo della donna nel tempo: l’indipendenza, la prospettiva di futuro, la solitudine, la mancanza di mezzi e risorse. Con umorismo pungente e assurdo attraversiamo la mente di un personaggio inconsueto. È un gioiello teatrale sul corpo di un’attrice unica. Una proposta netta: questa donna, il pubblico e la vita in mezzo».

Pertanto, «Anna Cappelli» si configura come uno specchio inquieto della condizione umana e, in particolare, della condizione femminile. Una storia che riguarda tutti da vicino, perché Anna è una figura riconoscibile, concreta, possibile. La si può incontrare ogni giorno. Oppure, più profondamente, riconoscerla dentro di noi, nelle nostre fragilità, nei nostri desideri inascoltati, nelle nostre paure più intime.

Al termine dello spettacolo, per il ciclo «Parliamone», l’artista dialogherà con il pubblico e la giornalista Marina Luzzi.

Abbonamento ai 10 spettacoli di Periferie: € 120
Biglietto unico € 15
Info: 333.2694897

addetto stampa
Francesco Mazzotta
328.6296956

  

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«4 5 6» di Mattia Torre, ritratto di famiglia per raccontare l’arretratezza del Paese

Martedì 17 marzo per la stagione «Periferie» del Crest all’auditorium TaTÀ

In scena lo spettacolo portato in tv dal regista premio Oscar, Paolo Sorrentino

Martedì 17 marzo, alle ore 21, l’auditorium TaTÀ di Taranto ospiterà lo spettacolo «4 5 6» scritto e diretto dal compianto Mattia Torre, uno degli autori più originali e incisivi della scena teatrale e televisiva italiana degli ultimi anni. La rappresentazione rientra nella stagione «Periferie» del Crest, sostenuta dalla Regione Puglia, che da tempo propone lavori di forte impatto artistico e civile.

Protagonisti sono Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri e Cristina Pellegrino, interpreti con Giordano Agrusta di una commedia amara e tagliente che, in un dialetto immaginario, affronta con ironia e lucidità uno dei nodi più delicati della società contemporanea: la crisi dei rapporti umani e familiari. Accanto agli attori, il lavoro creativo di una squadra artistica che contribuisce a definire l’identità dello spettacolo, una coproduzione tra Marche Teatro, Nutrimenti Terrestri e Walsh: la ripresa della regia di Torre è di Francesca Rocca, le scene sono firmate da Francesco Ghisu, il disegno luci da Luca Barbati, i costumi da Mimma Montorselli, i movimenti di scena da Alberto Bellandi.

Lo spettacolo, portato in tv dal regista premio Oscar, Paolo Sorrentino, nasce da una riflessione provocatoria e profondamente attuale: l’Italia non sarebbe tanto un vero Paese quanto una convenzione. Secondo la visione di Mattia Torre, infatti, la mancanza di una solida unità culturale, morale e politica rende la società italiana una comunità di individui spesso contrapposti gli uni agli altri. Precarietà, incertezza, diffidenza e paura alimentano una condizione in cui diventa difficile condividere aspirazioni e obiettivi comuni.

«4 5 6» è la storia comica e violenta di una famiglia che, isolata e chiusa, vive in mezzo a una valle oltre la quale sente l’ignoto. Padre, madre e figlio sono ignoranti, diffidenti, nervosi. Si lanciano accuse, rabboccano un sugo di pomodoro lasciato dalla nonna morta anni prima, litigano, pregano, si odiano. Ognuno dei tre rappresenta per gli altri quanto di più detestabile ci sia al mondo. E tuttavia occorre una tregua, perché sta arrivando un ospite atteso da tempo, che può e deve cambiare il loro futuro. Tutto è pronto, tutto è perfetto. Ma la tregua non durerà.

All’interno di questo scenario, la commedia concentra lo sguardo sulla famiglia, tradizionalmente considerata il nucleo più protettivo e aggregante della società. Torre ne ribalta però la prospettiva: proprio nel contesto familiare si sviluppano e si trasmettono quei meccanismi di conflitto, sospetto e chiusura che caratterizzano il tessuto sociale più ampio. La famiglia, pur percependo la società come ostile, finisce così per riprodurne e amplificarne i valori più deteriori: diffidenza, cinismo, ostilità e paura.

Attraverso una scrittura brillante, graffiante e profondamente teatrale, «4 5 6» racconta quindi la famiglia come avamposto di una più generale arretratezza culturale, trasformando una situazione quotidiana in un ritratto lucido e impietoso dell’Italia contemporanea. La comicità si intreccia costantemente con una riflessione critica che mette in discussione certezze e convenzioni sociali, in perfetto equilibrio tra satira e analisi del reale.

Il successo dello spettacolo ha portato negli anni a diversi sviluppi e adattamenti. Da «4 5 6» è stato infatti tratto un omonimo sequel televisivo prodotto da Inteatro e trasmesso su La7 all’interno del programma «The show must go off» condotto da Serena Dandini, oggi disponibile anche su YouTube. Dalla stessa esperienza teatrale è nato inoltre il volume «4 5 6 – Morte alla famiglia», pubblicato da Dalai. E non è tutto. Perché nel 2022 il lavoro di Mattia Torre è stato ulteriormente valorizzato da Paolo Sorrentino che ha ripreso lo spettacolo nell’ambito del progetto televisivo «Sei pezzi facili» andato in onda su Rai 3 e dedicato alla drammaturgia e agli spettacoli teatrali dell’autore.

L’appuntamento al TaTÀ rappresenta dunque un’occasione preziosa per riscoprire uno dei testi più emblematici di Mattia Torre, capace di coniugare comicità, intelligenza e profondità di sguardo sul nostro presente, con una commedia che diverte e allo stesso tempo invita a riflettere sui rapporti della nostra società, a partire da quelli più intimi e familiari.

Al termine dello spettacolo, per il ciclo «Parliamone», gli artisti dialogheranno con il pubblico e la giornalista Marina Luzzi.

Abbonamento ai 10 spettacoli di Periferie: € 120
Biglietto unico € 15
Info: 333.2694897

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Lino Musella «tradisce» Shakespeare. I Sonetti del Bardo riletti in napoletano

Domenica 15 marzo per «Periferie» del Crest all’auditorium TaTÀ di Taranto

Con «L’ammore nun’è ammore» l’attore presenta i versi tradotti da Dario Jacobelli

Lino Musella, attore tra i più apprezzati della sua generazione, sarà di scena a Taranto, nell’auditorium TaTÀ, dove per la stagione «Periferie» del Crest sostenuta dalla Regione Puglia, domenica 15 marzo, alle 18, presenterà «L’ammore nun’è ammore», un affascinante percorso poetico attraverso gli immortali versi di Shakespeare rielaborati in napoletano dall’artista Dario Jacobelli, prematuramente scomparso nel 2013. «Dario – ricorda Musella – si dedicò negli ultimi anni della sua vita alla traduzione in napoletano e al tradimento, come amava definirlo, di 30 Sonetti di Shakespeare. Non aveva scadenze, non doveva rispettare le indicazioni o correzioni di nessun editore. Per committenti aveva i suoi amici più cari ai quali dedicava ogni sua nuova traduzione. I Sonetti in napoletano suonano bene. Battono di un proprio cuore. Indossano una maschera che li costringe a sollevarsi dal foglio per prendere il volo, tenendo i piedi per terra».

In questa originale «recita dei sentimenti», tra emozioni, atmosfere magnetiche e intensi desideri, Musella è affiancato da Marco Vidino, con le sue musiche suggestive e avvolgenti che accompagnano gli spettatori in un intimo viaggio. Insomma, una prova d’autore per il quarantacinquenne attore napoletano, che continua a dividersi tra teatro, cinema e fiction. Per la miniserie televisiva «Portobello» di Marco Bellocchio, che ha esordito il 20 febbraio sulla neonata piattaforma HBO Max, Musella indossa i panni, abbastanza scomodi, di Giovanni Pandico, «’o pazzo», l’affiliato al clan Cutolo che fu grande accusatore di Enzo Tortora, e in questi giorni è sul set per il regista Eduardo De Angelis nel film, del quale è protagonista con Vanessa Scalera, «Il fuoco che ti porti dentro» tratto dal libro di Antonio Franchini, vincitore del premio Campiello e tra i romanzi più belli degli ultimi anni.

Nel frattempo, Musella si ripropone in teatro con il Bardo degli «Shakespeare’s Sonnets» e col fare leggero di un poetico Pulcinella si cala nei panni odierni di ganzo, anziano, funambolo. Racconta l’amore, la bellezza e la caducità della vita in una lingua brutale, spergiura, violenta ma anche dolce, viscerale e coraggiosa. Nelle parole di Jacobelli – poeta inusuale, autore di racconti e romanzi, abile paroliere per musicisti come i Bisca e gli Almamegretta – la «darklady» più misteriosa della letteratura universale, quella a cui sono destinati gli ultimi componimenti della raccolta di Shakespeare, diventa «una mala femmina al cui cospetto un guappo innamorato perde la ragione» e il delirio della passione» smania ’e morte», in un’esperienza di annichilimento, perdita, alienazione.

Nato nel 2016, «L’ammore nun’è ammore» è il primo lavoro della «Trilogia della parola» di Musella, che con «Tavola, tavola, chiodo, chiodo» su testi di Eduardo De Filippo e «Come un animale senza nome» tratto dagli scritti di Pier Paolo Pasolini, compone un insieme di opere nate dalle parole di grandi autori, intessute e ricreate per vivere con la musica.

Al termine dello spettacolo, per il ciclo «Parliamone», l’artista dialogherà con il pubblico e la giornalista Marina Luzzi.

Abbonamento ai 10 spettacoli di Periferie: € 120
Biglietto unico € 15
Info: 333.2694897

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